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Intervista a PRINCIPIOATTIVO - iDesignMe
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Intervista a PRINCIPIOATTIVO

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Intervista a PRINCIPIOATTIVO

Nel panorama milanese c’è un’ampia varietà di studi di architettura; personalmente trovo che si possano suddividere in due categorie: quelli in cui si respirano buone idee ed entusiasmo autentico per i progetti, che vengono fatti crescere con un sano lavoro di squadra, e tutti gli altri. Ecco a voi la mia intervista a PRINCIPIOATTIVO, sono andata a fare una piacevole chiacchierata con i giovani soci, gli architetti Luca Bigliardi e Luca Gobbo, e ho percepito una motivazione, una passione per il lavoro ben fatto e una professionalità che mi hanno fatto venire voglia di disseppellire il mio vecchio timbro in legno di quercia dal fondo del cassetto!

iDM: Com’è iniziata la vostra collaborazione?

LB: La nostra collaborazione è iniziata all’università, gli ultimi due anni in particolare ci hanno fatto conoscere meglio e decidere di lavorare assieme.  Avevamo sempre avuto l’idea di aprire un nostro studio e dopo che ci siamo laureati – lavoravamo entrambi per altri studi, io mi occupavo di food retail, Luca si occupava di nuove realizzazioni – l’occasione si è presentata quando un amico ci ha chiesto una mano per un progetto.. Stava facendo un lavoro con un altro studio, poco intenzionato a venire incontro alle esigenze del cliente, e ci ha chiesto un paio di render per ipotesi alternative. Noi abbiamo fatto una ventiquattr’ore di lavoro, gli abbiamo presentato render, progetto nuovo, un video…a quel punto il cliente ha chiesto che venisse dato l’incarico di progettazione al nostro studio… Peccato che noi non lo avessimo  ancora, uno studio! Quindi ci siamo detti “o ci proviamo adesso o sarà sempre più difficile”. Ci siamo licenziati con i tempi dovuti e abbiamo aperto PRINCIPIOATTIVO. Il primo lavoro è stato appunto la ristrutturazione del primo piano della Torre Velasca, poi sono arrivati altri lavori, siamo diventati studio associato e nel 2014 s.r.l.

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Una foto dei soci, Luca Gobbo (a sinistra) e Luca Bigliardi, nello studio di via Melzo – courtesy of Roberto Conte

iDM: Il progetto che più di ogni altro rappresenta la vostra filosofia?

LB: Il progetto che meglio rappresentalo spirito di PRINCIPIOATTIVO è Monluè. Cascina Monluè – una cascina del 1200 qui a Milano, in zona Linate – Forlanini, che era di proprietà del Comune – faceva parte del bando cascine del Comune di Milano. Ci rappresenta perché è partita da noi l’idea di partecipare e creare un gruppo di lavoro, abbiamo coinvolto le associazioni che hanno poi partecipato e vinto il bando, trovato chi potesse finanziare il progetto, lo abbiamo poi ideato ed elaborato, e adesso lo stiamo accompagnando alla meta finale. Ci rappresenta perché è proprio la teoria di PRINCIPIOATTIVO: un conto è essere uno studio che aspetta che  arrivino clienti, un conto è essere attivi.

LG: Diciamo che più che sulla progettazione architettonica dal punto di vista  compositivo, in senso tradizionale, noi lavoriamo  per soddisfare le esigenze del cliente in relazione al contesto, alla situazione specifica, quindi troviamo che tutti i progetti siano ben riusciti per la serie di situazioni in cui sono contestualizzati, però quello appena citato nasce da un approccio al lavoro  totalmente differente dagli standard. Cerchiamo di creare noi il progetto, di lanciare un cambiamento, anche quando l’iniziativa non parte dal cliente.

iDM: A proposito delle esigenze del cliente, avete nel vostro portfolio un ampio ventagli di marchi, clienti tra loro anche molto eterogenei. Quanto è importante mantenere un’identità e che compromesso si può raggiungere tra questo e le esigenze del committente? Quanto conta avere un marchio di fabbrica?

LB: Per noi il marchio di fabbrica è la modalità con cui lavoriamo. Anche a noi interessa sperimentare e utilizzare vari stili architettonici, mantenendo però inalterato il nostro approccio al progetto, il nostro modo di lavorare. Quello che rappresenta l’identità è il nostro modo di lavorare, quello per cui tutti i clienti continuano a lavorare con noi – è la nostra metodologia, che rientra anche nel capire le esigenze di ogni singolo cliente.

LG: Lavoriamo molto in modo multidisciplinare e in ambiti eterogenei, lavoriamo sul residenziale, poi passiamo al commerciale, magari specializzandoci nella ristorazione come in questo periodo, saltiamo agli uffici e intanto pensiamo ad eventi, design e sono tutte cose molto differenti, che ci forniscono sempre nuovi spunti e ci portano a cambiare, in caso di necessità.

LB: Per noi il mondo della progettazione deve essere visto e vissuto a tutto tondo. Per questo nell’arco di questi anni oltre a Principioattivo abbiamo aperto una associazione culturale con altri giovani realtà di Milano,  che si incentra sulla comunicazione e sulla riflessione culturale, e due anni fa Orama Factory, un laboratorio, che ci aiuta a progettare quello che stiamo immaginandoci. E’ proprio in quest’ottica che ci piace lavorare: la diversificazione.

iDM: Voi avete progettato il mio bar preferito – mio e di molti milanesi – Pavè. È un locale con una sua specificità molto forte e ha ottenuto numerosi riconoscimenti, dev’essere una grande soddisfazione. Mi raccontate questa avventura?

LB: Siamo molto soddisfatti di Pavè! È stata un’esperienza incredibile, perché ha messo insieme, oltre al cliente e a noi, come progettisti, due realtà giovani, xxy e Olivinta, che hanno dato una mano nella creazione del clima. Sicuramente gran parte del merito va ai ragazzi di Pavé, sono loro che lo mantengono vivo.

courtesy of Roberto Conte

L’esigenza principale era quella di creare un posto caldo, che fosse casa, dove non vi fossero spazi nascosti al pubblico, da qua il motivo della vetrata sul laboratorio. Così come volevamo comunicare il concetto di home made per enfatizzare le tecniche di produzione: la scelta è ricaduta sul bancone, pensato da noi e realizzato da tutto il gruppo reinterpretando la ceramica, mostrando il lato nascosto di ogni elemento per creare un nuovo rivestimento.

LG: È stato realizzato a 20000 mani, tra noi, loro, tutti quelli che hanno partecipato al progetto, un artista che ha dato consigli sulle scelte cromatiche…

LB: È stato bello l’interagire di diverse professionalità, che poi è anche quello che anima i nostri altri progetti.

iDM: Nel vostro portfolio ci sono diversi progetti di uffici. In che modo pensate debbano evolvere gli spazi di lavoro?

LB: C’è un grandissimo mito in questo momento: dello spazio libero, della possibilità di muoversi da una scrivania ad un’altra, di non avere una postazione fissa. È un obiettivo su cui abbiamo lavorato, ma trovo che sia ancora utopico, nella realtà non funziona così. In tutti gli uffici che stiamo progettando, la postazione viene poi personalizzata. L’ultimo progetto,gli uffici CENTOEVENTI, in piazza Giulio Cesare, è stato proprio basato su questo. L’esigenza primaria era che lo spazio per i creativi funzionasse con una libertà di movimento molto ampia, a differenza dello spazio account e dell’amministrazione. Per fare ciò, non abbiamo inventato un nuovo  spazio, ma  due nuovi tavoli, abbiamo lavorato sull’uso dell’arredo e non solo dello spazio, che è completamente diverso: sono i due tavoli che, pur creando una struttura comune, offrono la libertà a ognuno di mettersi dove vuole, di personalizzare la postazione ad esempio attraverso le placche degli interruttori che,ognuno può spostare per prenotare il posto per il giorno dopo, accorgimenti semplici insomma.

courtesy of Roberto Conte

La nuova sede PIANO B Square è un altro esempio di ricerca nel campo. Lo spazio doveva essere flessibile sia nel suo utilizzo quotidiano sia per la sua trasformazione in  uno spazio eventi. Concludendo riteniamo che  lo spazio libero possa essere una  buona visione a cui tendere, una buona richiesta, ma che ancora non è intrinseca nelle persone che poi utilizzeranno lo spazio, non li rappresenta appieno.

courtesy of Guido Morozzi

LG: Il fatto è che passiamo così tanto tempo sul posto di lavoro, alla scrivania, che  averla  anonima, intercambiabile, ci fa stare male in qualche modo, quindi cerchiamo di arricchirla, renderla più nostra. Sensazione di libertà e scrivania fissa sono due aspetti che vanno in conflitto, quindi stiamo cercando di lavorare sulla personalizzazione, con qualche accessorio, di trovare una via di mezzo. Probabilmente il futuro è degli hub, l’assoluta flessibilità, dove non ci sono posti fissi, ma dobbiamo ancora lavorare sulla personalizzazione della postazione.

iDM: Si sente sempre più spesso dire che la figura dell’architetto, come la si intendeva un tempo, non esiste più. In che modo secondo voi deve evolvere per essere ancora appetibile sul mercato del lavoro?

LB: Secondo me dobbiamo passare dall’immagine che avevamo dell’architetto che firma quel disegno, quella casa e quella deve essere, all’architetto che diventa consulente. Oggi viviamo a ritmi velocissimi, dallo spazio di lavoro all’abitazione – che spesso vanno in parallelo. Pensare di portare l’immagine dell’architetto all’interno della vita privata poteva funzionare quando quell’immagine dell’architetto veniva ideata rispetto a dei canoni molto standardizzati, oggi questi canoni non ci sono più e cambiano a ritmi velocissimi. Oggi bisogna riuscire a interpretare e a rendere flessibile il luogo che si sta progettando.

LG: Negli anni passati si puntava più a vedere l’immagine dell’architetto come legata a uno stile, uno stampo, un segno grafico. A mio parere è tempo di lasciare questa visione, l’architetto è chi recepisce tutti gli input e riesce a metterli insieme. In architettura si parla spesso di green, però il green non è un punto a favore di un progetto, dovrebbe essere un elemento scontato, così come la casa sta in piedi, allo stesso modo un progetto deve essere una buona architettura, sono condizioni intrinseche, che non dovrebbero mai essere esterne al lavoro dell’architetto. Quello che può fare in più l’architetto è trovare più relazioni, più input, in modo da generare situazioni più interessanti. Il passaggio è abbandonare la pura estetica a favore della struttura complessiva del progetto.

LB: Un altro elemento fondamentale che abbiamo imparato nel tempo è che un architetto non può scindere la parte finanziaria dal progetto. Come architetti, usciamo dall’università  e non sappiamo nemmeno  quali tasse dovremo pagare, per dire, non abbiamo una visione su come si recuperano fondi, come si lavora  e si dialoga con banche, fondi immobiliari o assicurazioni. Questi sono però elementi fondamentali per vincere un determinato tipo di progetto, in questo momento.

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Il team di PRINCIPIOATTIVO (luglio 2015) – courtesy of Roberto Conte

iDM: Voi siete molto attivi, inevitabilmente, sul territorio di Milano. Quali sono secondo voi le criticità maggiori di questo tessuto urbano e come si potrebbe intervenire realisticamente nel contemporaneo?

LG: C’è un buco esagerato a Milano nel  sistema dei trasporti, rispetto al resto delle città europee, più che altro mi riferisco ai trasporti sostenibili, i percorsi ciclo-pedonali in particolare. Qualcosa si sta cercando di fare, ma  sembrano sempre un po’ dei ripieghi. Però è comunque un passo avanti. Un vero interesse verso i trasporti sostenibili è secondo me ciò di cui ha più bisogno Milano in questo momento. Il tema di parchi, alberature e verde,  è l’altra carenza di Milano, qualcosa si sta cercando di fare; il PGT ha introdotto rami verdi, percorsi che dovrebbero connettere in modo interessante la città, restiamo a vedere gli sviluppi, la città dovrebbe diventare più verde e più vivibile.

LB: Secondo me manca, da parte dell’amministrazione, per le esperienze che abbiamo avuto noi, un po’ di coraggio. Tutti i progetti legati alla gestione da parte del Comune degli spazi sono bloccati da mille vincoli, soprattutto legati alla sicurezza, che bloccano dei progetti molto interessanti.

LG: Non tanto la sicurezza sul luogo di lavoro, ma la sicurezza futura nell’utilizzo. C’è la tendenza a pensare che i luoghi debbano essere sorvegliati costantemente, che sia quello a dare la sicurezza. Noi crediamo invece che sia più il far vivere uno spazio a dare la sicurezza. Se un parco è perennemente occupato dai cittadini, non ci saranno mai eventi criminosi, se un parco ha le telecamere, ma è vuoto, accade ugualmente il fatto. Non c’è il coraggio di portare avanti un cambio di rotta, si preferisce recintare il parco e mettere le telecamere anziché organizzare eventi, forse perché è molto più difficile.

LB: Milano durante EXPO ha dato il meglio di sé, proprio perché era una città viva, penso sia stato l’anno in cui si è parlato meno di problematiche a Milano. Quello dovrebbe essere l’esempio che dovremmo portare avanti.

iDM: Un messaggio che secondo voi sarebbe importante lasciare alla nuova generazione di architetti, una linea guida?

LG: Non pensare ad essere il solito architetto, uno che fa due disegni, che applica la progettazione strettamente all’ambito di architettura – edilizia. Ad architettura ti insegnano un procedimento con cui affrontare la progettazione, che può essere utile in moltissimi ambiti. Io avevo un vecchio professore che mi diceva che gli ingegneri sono quelli che sanno tutto di poco, gli architetti sono quelli che sanno poco di tutto. È vero, forse per forza di cose dobbiamo conoscere ogni  aspetto e per forza non riusciamo ad approfondirlo, però questo ci dà un valore aggiunto che ci permette di affrontare ambiti diversi.

LB: Secondo me, il concetto di umiltà, intesa non come il non sapere le proprie potenzialità, ma come il lavorare in rete, la rete di professionisti che sono di fianco a te. L’architetto sa poco di tutto, ha bisogno di chi gli sappia specificare quel poco in più, e quello secondo me è ciò che fa la differenza.

Tanti spunti interessanti e soprattutto tanti progetti in ballo! Grazie agli architetti Luca Bigliardi e Luca Gobbo, credo che presto sentirete parlare di nuovo di loro!

Agnese
Agnese D'Alfonso

Ciao a tutti! Sono Agnese, architetto, design-addicted e amante del cibo! Sono una persona curiosa, amo osservare e cercare sempre nuovi spunti. Credo nella condivisione delle idee e dei progetti e penso sia essenziale confrontarsi sempre con qualcosa di nuovo: varietà e creatività, per me, sono gli ingredienti essenziali nel lavoro!

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