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Spazi di lavoro, luoghi fisici e non solo - iDesignMe
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Spazi di lavoro, luoghi fisici e non solo

Spazi di lavoro, luoghi fisici e non solo

Oggi parliamo degli spazi di lavoro, luoghi fisici e non solo, e del loro progressivo dissolvimento – scusate lo spoiler, gli inizi non sono mai stati il mio forte. Se avete ancora in testa l’immagine del tranquillo ufficio privato, in cui voi e il vostro più fedele servitore – altrimenti noto come computer – potete interagire nella massima calma e in totale privacy, scacciatela immediatamente dalla vostra testa! A meno che non siate qualcuno che conta, si intende! L’ufficio privato è ormai diventato, all’interno della realtà aziendale, una sorta di status symbol, ciò che pone chi lo utilizza in un ruolo privilegiato rispetto agli altri. A parte i pezzi grossi, quindi, nella maggior parte delle aziende gli impiegati sono destinati a lavorare in un unico indistinto spazio comune, comunemente detto “open space”. Davvero in molti hanno deciso di applicare questo modello; addirittura tempo fa mi sono recata presso la sede di un piccolo Comune del Nord Italia ed erano da poco finiti i lavori di ristrutturazione per trasformare i polverosi uffici in un unico open space. Già negli anni Novanta c’era un modello molto simile a quello in voga recentemente, ovvero uno spazio unico in cui le singole postazioni erano però separate con delle pareti mobili o degli arredi, a formare delle cabine o sistemi analoghi. Visivamente richiamava molto l’idea del call center, tanto per capirci. Vi è capitato di guardare il film “Office space”? Ecco.

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(immagine tratta dal film Office Space, 1999)

Successivamente, invece, si è andati verso la progressiva eliminazione di tutti gli elementi che potessero garantire la privacy. È interessante notare come questo processo sia stato parallelo a quello che ha visto la nascita e lo sviluppo dei social network. Negli anni Novanta, abbiamo assistito alla nascita di numerose chat, le cui grafiche adesso ce le farebbero sembrare lontane anni luce, fatto sta che la chat è diventata anche un metodo estremamente adottato per comunicare all’interno degli uffici. L’applicazione totale ed estrema di questa fluidità comunicativa, basata sulla condivisione in tempo reale, a livello progettuale è proprio l’ufficio open space. Le innegabili qualità di questo modello sono compensate da numerosi difetti. Di certo viene garantita un’ottimizzazione degli spazi, rispetto al modello tradizionale, ma d’altro canto l’open space fa anche sì che per i lavoratori ci siano molte più distrazioni, più rumore, e disagi dovuti alla regolazione della climatizzazione dell’ambiente, alla facile diffusione di germi e batteri.

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(courtesy of www.theguardian.com)

Michael Bloomberg, che forse di uffici ne capisce un po’ più di me, sostiene che questo modello favorisce equità e trasparenza. Ora, con tutto il dovuto rispetto Michael, temo che per risolvere il problema dei favoritismi e delle discriminazioni sul lavoro un semplice cambio di progettazione non sia esattamente sufficiente. Anzi, ti dirò che a me l’open space richiama alla mente La fattoria degli animali di Orwell, quel posticino adorabile in cui “TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI, MA ALCUNI SONO PIÙ UGUALI DI ALTRI”. Quello che è sicuro è che in una realtà in cui tutti respirano letteralmente la stessa aria, le dinamiche aziendali, che a me a tratti spaventano – scusa Michael – sono favorite. In un ambiente del genere, si pone un fortissimo accento sul fatto che tutti sono sullo stesso piano e con le stesse capacità  – anche se di fatto non sarà mai così – perciò l’iniziativa individuale e la personalità vengono schiacciate, in nome dei rituali da rispettare, della finta cordialità e dell’obbligo – in alcuni contesti esplicitato – a condividere con i colleghi anche momenti di socialità – quasi che avere una vita privata fosse sconveniente. Insomma, perdonatemi l’azzardo, ma io l’open space lo vedo come la rappresentazione del distopico mondo di Huxley, in cui tutti gli Alfa pensano allo stesso modo, tutti i Beta pensano allo stesso modo e via dicendo…fino ad arrivare agli Epsilon che non pensano affatto.

Ovviamente sto esagerando, ma intendo dire che sono quanto meno intimorita da un tipo di progettazione che si pone come obiettivo quello di “livellare”, perché di fatto senza l’apporto personale delle singole individualità, ci stendiamo un tappeto rosso verso l’estinzione – il che può non essere necessariamente un male, dipende dai punti di vista.

“Perché un’idea generale dovevano pure averla, per compiere il loro lavoro intelligentemente; e tuttavia era meglio che ne avessero il meno possibile, se dovevano riuscire più tardi buoni e felici membri della società. Perché, come tutti sanno, i particolari portano alla virtù e alla felicità; mentre le generalità sono, dal punto di vista intellettuale, dei mali inevitabili. Non i filosofi, ma i taglialegna e i collezionisti di francobolli compongono l’ossatura della società.” (Il mondo nuovo, Huxley)

Tuttavia, in tempi recenti, questo modello è divenuto ormai obsoleto. Non soltanto le principali aziende hanno capito la necessità per gli impiegati di avere degli spazi in cui trovare maggiore concentrazione e quindi stanno differenziando gli ambienti al loro interno, ma la massiccia diffusione dei social network di ogni tipo, i tablet, gli smartphone e simili, stanno portando alla trasformazione dell’ufficio in un luogo virtuale; dunque non più un ambiente di lavoro che funzioni “dalle 9 alle 5”, ma un ufficio in cui si è reperibili 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Da un lato questo porterà numerose aziende a permettere agli impiegati di lavorare da casa, il che riporterebbe noi donne – ahimè condannate ad assolvere all’ingrato compito della perpetrazione della specie – su un piano di maggior parità, dall’altro, inevitabilmente, il confine tra l’orario di lavoro e gli altri momenti della giornata sarà sempre più labile.

Agnese
Agnese D'Alfonso

Ciao a tutti! Sono Agnese, architetto, design-addicted e amante del cibo! Sono una persona curiosa, amo osservare e cercare sempre nuovi spunti. Credo nella condivisione delle idee e dei progetti e penso sia essenziale confrontarsi sempre con qualcosa di nuovo: varietà e creatività, per me, sono gli ingredienti essenziali nel lavoro!

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